Quando creiamo un personaggio, molto spesso, tendiamo ad elaborare le nostre emozioni e a trasporle in parte in questa nostra nuova creatura.
Si dice, infatti, che in ogni personaggio ci sia una parte del suo autore ed è sicuramente vero, perché nella loro creazione tiriamo fuori sentimenti e situazioni interiori, anche in maniera inconscia.
Dobbiamo però distinguere quei personaggi che nascono spontaneamente tirando fuori una nostra – spesso catartica – esigenza interiore, da quelli che invece si distaccano totalmente dalla nostra personalità ed il nostro vissuto e per i quali necessitiamo di qualche sforzo in più per caratterizzarli.
Come possiamo far fronte a questo compito?
La risposta può essere analizzata da diversi punti di vista, ma ciò che vorrei qui sviluppare sono alcune riflessioni, che partono da una tecnica recitativa teatrale e cinematografica, conosciuta come method acting.
Che cos’è il method acting?
Il method acting o metodo Strasberg, o più semplicemente “The Method”, è una tecnica attoriale, diffusa oggi soprattutto tra i grandi attori di Hollywood, che favorisce l’immedesimazione totale di un attore o attrice nel personaggio da interpretare.
Si ispira alla psicotecnica elaborata da Konstantin Sergeevič Stanislavskij, attore, regista e insegnante di teatro, nei primi anni del ‘900, il quale pose l’attenzione sull’approfondimento psicologico del personaggio e sull’importanza da parte dell’attore di comunicare al pubblico delle emozioni autentiche. Negli anni 30, questa tecnica si diffuse negli Stati Uniti grazie al Group Theatre di New York e grazie soprattutto ad uno dei suoi insegnanti, Lee Strasberg, che rielaborò e approfondì gli insegnamenti di Stanislavskij, riadattandoli anche alle esigenze del tempo e al cinema.

Ma in cosa consiste esattamente questo metodo?
In breve, è una tecnica basata sulla memoria emotiva: l’attore che mette in scena un’emozione, deve fare appello alla propria memoria e ricercare all’interno di sé un’emozione simile già vissuta, così da reagire in maniera del tutto autentica e genuina.
Per una preparazione più veritiera possibile, molti attori cambiano le proprie abitudini di vita quotidiana, così da fare esperienza con le situazioni e le emozioni del personaggio che dovranno interpretare. Robert De Niro, per esempio, lavorò come tassista per diverso tempo per prepararsi al suo ruolo in Taxi Driver, mentre Daniel Day Lewis… beh, non c’è nulla che egli non sia disposto a fare per entrare nei suoi personaggi!
Una delle (discutibili) estremizzazioni di questo metodo, è la tendenza moderna ad immedesimarsi talmente tanto nel personaggio, da non uscirne neanche al di fuori dal set.
C’è chi decide di indossare gli abiti di scena anche nel quotidiano (soprattutto se indumenti non usuali, come abiti d’epoca o parrucche e tacchi) o chi imita gli accenti anche nelle conversazioni private o chi non dorme la notte per apparire realmente esausto così come il personaggio richiede.
Si può applicare anche nella scrittura?
Mi sono allora chiesta: è possibile utilizzare questo metodo anche nella scrittura?
Facendo una breve ricerca su Internet, ho appreso che si sta da un po’ iniziando a parlare di method writing, termine che è anche presente nell’Urban dictionary con questa definizione:
Method writer – Scrittore o autore che utilizza una tecnica di scrittura in cui si identifica emotivamente con un personaggio della storia e ne assume la personalità nel racconto […] Gli autori che utilizzano questa tecnica possono descrivere la sensazione di scrivere come se stessero canalizzando spiritualmente il personaggio.
Detta così, sembrerebbe la descrizione di un normale processo di scrittura e immedesimazione nel proprio personaggio, che è dunque qualcosa che lo scrittore fa già spontaneamente.
È vero che ogni scrittore affronta la scrittura in modo diverso, ma l’immedesimazione nel personaggio a cui si sta dando vita è sicuramente un tratto fondamentale per trasmettere emozioni il più possibile autentiche, che possano far immedesimare in esso anche – e soprattutto – il lettore.

A differenza del method acting, sembra non esistere ancora una vera e propria corrente rivoluzionaria per il method writing, anche se molti autori si stanno già muovendo in questo senso, come Thomas W Hodgkinson, che ha cominciato a porre le basi di una vera e propria tecnica simile a quella teatrale. Come esempio di applicazione di questo metodo, egli ha dichiarato di aver scritto gran parte del suo romanzo Memoirs of a Stalker sdraiato dentro un armadio, per cercare di entrare nella mentalità del suo personaggio (che si introduce nella casa della sua ex fidanzata e vive lì per mesi senza che lei lo sappia), facendo così appello alla sua memoria emotiva.
Immedesimazione e contesto
Personalmente, un esercizio che trovo molto utile per immergermi nell’animo di un mio personaggio, è quello di scrivere una sorta di pagina di diario dove è il personaggio stesso ad esprimere alcune opinioni e sensazioni o a riportare delle sue esperienze di vita.
Il tono con cui si scrive il diario definisce già subito gran parte del carattere del personaggio, in modo particolare come egli affronta la prova del “parlare di se stessi”. Alla fine finiscono tutti per confidarsi, ovviamente (o l’esercizio perderebbe di senso), ma qualcuno potrebbe essere un po’ più restio all’inizio, qualcuno più aperto e qualcun altro un vero fiume in piena.
È diverso dal semplice scrivere un testo in prima persona, poiché l’esercizio del diario aiuta a spaziare verso sentimenti e/o ricordi che vanno ben oltre la trama del racconto o romanzo in cui il personaggio ha vita, facendo emergere anche pensieri nuovi e inaspettati, che potremmo poi decidere di utilizzare anche nella storia ufficiale oppure tenere per noi. Inoltre, permette di approfondire non solo l’animo del protagonista e/o narratore della storia, ma anche di qualsiasi altro personaggio.

Un’alternativa al diario potrebbe essere anche un dialogo con l’autore (esercizio che trovo ancora più divertente), in cui possiamo avere un vero e proprio confronto diretto con i nostri personaggi, che non dovranno avere timore di confidarci le loro perplessità o i loro desideri.
Più ci caliamo nella psiche del personaggio – anche e soprattutto se diverso da noi – più riusciamo a scrivere di lui in maniera fedele, coerente e veritiera.
C’è anche un altro aspetto su cui mi vorrei soffermare ed è il contesto, non solo del personaggio, ma anche il nostro.
A tal proposito vorrei raccontarvi un aneddoto, che è proprio ciò che ha dato il via a questa mia riflessione sul method acting, sull’immersione totale in un personaggio e, soprattutto, sulla tecnica estrema degli attori di non uscire da esso neanche fuori dal set.
Ho iniziato a scrivere un racconto per Halloween – il prossimo della serie Ciak and Coffee – e, dato il periodo in cui sarà ambientato, ho voluto dargli dei toni un po’ più cupi, trattando il tema della paura [non posso spoilerare di più].
Per calarmi al meglio nell’ambientazione, ho ripreso a leggere i libri di Stephen King e ho acquistato i Racconti del terrore di Edgar Allan Poe. D’altronde, quando si affronta una nuova sfida come questa, è giusto prendere ispirazione e imparare dai Maestri, no?
Evidentemente, questa decisione ingenua e spontanea ha avuto delle conseguenze sul mio umore, in quanto il mio compagno mi ha subito domandato: «Cos’hai in questi giorni? Ti vedo un po’ spenta.»
Questa sua osservazione mi ha così illuminato su quanto l’immedesimarsi in una storia possa effettivamente avere delle conseguenze anche sul nostro comportamento o umore quotidiano.

Non si tratta, infatti, semplicemente di approfondire letture che possano ispirarci e non è neanche una ricerca (altro elemento fondamentale di ogni scrittore), ma si tratta di calarsi interamente in un contesto che possa favorire l’emergere di determinate emozioni. Stando a contatto continuamente con storie terrificanti – libri che stimolano un’immaginazione spaventosa o film che mostrano immagini inquietanti – e sedendomi al computer a scrivere la mia storia, viene quasi più naturale immergermi negli abissi più oscuri dell’animo dei miei personaggi, riuscendo a tirarne fuori anche idee nuove ed emozioni non previste.
E dunque…
Semplice o estremo che sia, il metodo potrebbe dunque avere la sua efficacia anche nella scrittura.
Naturalmente, se si stanno trattando delle tematiche delicate – come può essere proprio la paura, o la violenza o la morte – bisogna fare attenzione a non venire troppo assorbiti dal metodo e dalla storia, ma lo scrittore deve riuscire a porre dei limiti tra la creatività e l’autolesionismo, tra l’arte che produce e la vita che vive.
Ma non è forse la capacità di porre questi limiti la sfida costante di ogni narratore?
-Laura C.

Un pensiero riguardo “Immedesimarsi in un personaggio: esiste il metodo Strasberg anche nella scrittura?”