Doc 2, il racconto straziante degli eroi del Covid

Doc – Nelle tue mani è una serie che è stata trasmessa per la prima volta in pieno Covid. Me lo ricordo perché ero a casa dei miei genitori, a Marzo del 2020, in lockdown. Non seguo spesso fiction italiane, al contrario di mia mamma che non se ne lascia scappare neanche una, e infatti ho iniziato a seguire Doc proprio perché ero lì con lei.

Me li ricordo quei giorni, quei ritmi scanditi dai lunedì e martedì con Harry Potter e i giovedì con Doc, perché non restava molto da fare la sera, se non guardare la tv, leggere o disegnare.
Erano quelle cose a cui ti sforzavi di pensare, di aspettare, di seguire, pur di darti da fare e pensare il meno possibile a ciò che stava succedendo fuori dall’uscio di casa tua.

Sono passati due anni, ma è come se fosse ieri, e se c’è una fiction che meritava di raccontare quel periodo è proprio questa. Perché loro erano lì, con te, durante quelle settimane chiuso in casa ed il solo sentire le note di I’ll find you in the dark, ti riporta a quei giorni.

I medici di Doc sono tutti quei medici che hanno lottato in prima linea e di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Quei medici e infermieri che, per la gente, da eroi sono diventati poi untori, e adesso sono quasi dimenticati. Nessuno di noi, dalle nostre poltrone di casa – delle quali ci lamentavamo perché stanchi di tenere i nostri sederi al calduccio – può capire cosa tutti questi medici, infermieri e personale sanitario abbiano passato durante quell’incubo ed è giusto che qualcuno lo racconti.


Marzo 2020, Ospedale di Cremona – foto di Paolo Miranda
una delle foto simbolo dell’emergenza Covid-19 negli ospedali

Fa male? Sì. Malissimo. Ma quello che abbiamo vissuto è un pezzo di storia da raccontare e nessun altro merita di raccontarlo più di loro.

Questa seconda stagione di Doc, ti illude di raccontare la pandemia in maniera delicata, ti mostra un futuro al quale non siamo ancora arrivati, dove tutto è passato e nessuno porta più la mascherina. Ma subito dopo ti colpisce al cuore come non ti aspetteresti mai: Lorenzo è morto. Lorenzo ha preso il Covid perché aiutava la sua vicina di casa anziana con la spesa. Lorenzo ha diffuso il Covid in ospedale perché non voleva andare a casa, nonostante avesse la febbre. Lorenzo è morto perché ha voluto cedere il suo ossigeno ad una paziente. Lorenzo, circondato dall’amore di tantissime persone, muore da solo, mentre una lacrima gli riga il viso.
Lorenzo Lazzarini è uno di quei medici che non ce l’hanno fatta e che vanno ricordati. È una delle tante persone morte da sole, in un letto d’ospedale, senza la possibilità di dire addio alle persone che amavano.

Pian piano la narrazione ti fa rivivere ogni tappa di quel periodo non troppo lontano. Il paziente zero, chi non si ricorda quando questa definizione iniziava a circolare e a spaventare, all’inizio di tutto? Le terapie intensive stracolme, i turni massacranti, i solchi della mascherina sul volto, le bombole d’ossigeno che non bastano, le bare allineate l’una accanto all’altra, lo sconforto, ma anche le autocertificazioni, le dirette di Conte, le strade deserte, i cartelli “Andrà tutto bene”, medici e infermieri che ballano sulle note di “Jerusalema” per diffondere speranza e allegria.

Tutte le serie tv di medicina ci mostrano, ad ogni episodio, una serie di micro drammi che l’essere umano attraversa, al quale è più o meno pronto, dal quale viene sorpreso come una doccia fredda.
Il Covid è il dramma attuale di un’intera popolazione, che non verrà facilmente dimenticato, e quello di Doc è un omaggio senza retorica, straziante perché reale, che sfiora con veemenza le nostre ferite ancora fresche.
Ci sorprende, ci commuove, ci emoziona ed, infine, ci regala un simbolo tutto nuovo di luce e speranza: un piccolo cane blu di peluche.

“Ti ricordi cosa diceva cane blu quando dovevo operarmi?”
“Diceva che non dovevi aver paura perché c’era lui a proteggerti e che il peggio sarebbe passato”
.

– Laura C.

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