Quando mi trasferii a Padova, il mio timore fu quello di non trovare un luogo ideale in cui scrivere.
A Parma ero stata molto fortunata a trovare Misterlino, e separarmene fu molto dura, poiché era tra quegli arredamenti di legno e quei gomitoli di lana che avevo ritrovato la mia ispirazione dopo Londra.
Ancor prima di traslocare, lessi il nome del Caffeine su Internet, ricercando quei tanto amati articoli sui “luoghi in cui lavorare col tuo pc”, e già alla nostra prima uscita nella nuova città, portai il mio compagno in quel locale, per una piccola visita ispettiva alla ricerca delle prese della corrente elettrica!
Proprio lì ordinammo il nostro primo spritz padovano (forse il primo spritz della mia vita, perché io e l’alcol viviamo in due mondi diversi) e subito ci facemmo riconoscere come non-nordici chiedendo una doppia porzione di patatine da accompagnare all’aperitivo.
Andai al Caffeine a scrivere per la prima volta solo qualche settimana più tardi, armata soltanto del mio quadernetto delle bozze. Ispezionai meglio l’ambiente e individuai come spazio ideale la saletta appena sulla sinistra dell’ingresso, con un grande tavolo rotondo al centro, sotto un soverchio lampadario di cristalli e due tavolini bassi posti sotto le due grandi finestre che davano sulla strada. Naturalmente, non fui così fortunata da trovare posto sotto le finestre, così mi accomodai al tavolo rotondo, ordinando un latte macchiato e buttando giù, sul quaderno, qualche idea sulla mia storia.

Quella prima volta fu utile per conoscere l’ambiente, i rumori, gli odori, gli sguardi.
Mentre a Londra prendevo il mio portatile e mi avventuravo con esso in qualsiasi caffetteria o libreria, il mio approccio italiano divenne più riservato, quasi diffidente a volte, cercando di scrutare prima la situazione, analizzando ogni cosa.
Dopo quella volta, tornai al Caffeine quasi ogni settimana, trovando ristoro dal fuoco dell’estate padovana, recandomi lì talmente presto, al mattino, da trovare sempre vuoto il mio posticino sotto la finestra.

La mia schiena mi pregava di sedermi ad un tavolo la cui altezza fosse superiore a quella della sedia, ma la mia testa lavorava molto bene in quell’angolino un po’ scomodo ed io non riuscivo a far altro che assecondarla.
Le colazioni al Caffeine, poi, erano uno spettacolo. Alla mia tazza di latte macchiato accompagnavo sempre uno di quei dolci americani che tanto amo, servito in composizioni deliziose anche alla vista: pancake, brownie e cheese cake, giusto per fare qualche esempio.

E per finire la giornata nel modo ideale, facevo sempre tappa alla Feltrinelli prima di tornare a casa.
Padova fu solo una piccola parentesi di pochi mesi della mia vita, mesi che, sia a casa che al mio nuovo writing table, dedicai alla stesura finale del primo capitolo della mia saga, libro che avevo cominciato a Roma e terminato a Londra, che avevo ripreso a Parma e poi chiuso definitivamente proprio lì, a Padova.
Quel primo capitolo che, ancora, non ho avuto il coraggio di presentare.
– Laura C.
