Proprio oggi, mentre una vaga idea riguardo la difficoltà di pubblicazione di un libro aleggiava nella mia mente, ho beccato un episodio dei Simpson sull’industria editoriale.
Nel classico stile del cartone, tra assurdità ed esagerazioni, si mostrava come fosse molto diffusa nel mondo dell’editoria la creazione di un finto autore letterario, che prestasse volto e nome ad un racconto studiato nel dettaglio da un team di esperti del marketing.
Si potrebbe discutere sull’argomento a lungo, ma vorrei soffermarmi solo su alcuni elementi chiave che mi hanno maggiormente colpita.
1. Il prestanome. Lisa scopre che l’autrice della sua saga fantasy preferita è in realtà un’attrice che ha prestato il suo volto per un romanzo ideato da esperti di marketing e scritto da studenti di letteratura alla disperata ricerca di un lavoro.

Nella mia concezione fantastica del mondo della scrittura, essa è quell’arte che permette di trasformare la fantasia in una vera e propria opera, colei che trasforma in parole il sentimento e la visione del mondo di un singolo autore. Un autore che, alla stregua dei grandi autori o artisti che abbiamo studiato a scuola, mette a nudo la propria anima, lasciando che altri la esplorino con curiosità e passione.
Nella realtà editoriale, però, non è così.
Se in America pare sia maggiormente diffuso il fenomeno rappresentato nei Simpson, qui in Italia invece è più comune il caso dei ghostwriter. Essi sono autori che scrivono per conto di altri e restano nascosti, mentre i loro libri con nomi e volti noti in copertina scalano le classifiche di vendita.
Nei Simpson viene “creato” un autore fittizio con una storia strappalacrime che colpisca il suo pubblico, ma nella nostra attualità i ghostwriter scrivono libri per personaggi famosi che hanno qualcosa da raccontare o che, semplicemente, fanno vendere.
Ma perché non poter citare il nome del vero autore? Secondo un’interessante analisi della figura del ghostwriter a cura della scrittrice fantasma Francesca Parravicini, pare che il nome di un autore sconosciuto in copertina “indebolisca il valore dell’opera”.
2. Il team dietro l’autore. Bart e Homer riuniscono un team di persone a caso per creare un libro che raggiunga le vette commerciali.

Qui si mostra come in realtà scrivere un romanzo non sia privilegio di pochi, ma che tutti possono essere in grado di elaborare qualcosa che venda. Non sempre, infatti, chi ha un’idea geniale ha anche la capacità di saper scrivere, come in realtà chi scrive in maniera eccellente non è sempre dotato di una grande fantasia. Ed è qui che il ruolo del ghostwriter acquista privilegio, ponendosi come soluzione a chi non riesce a mettere ordine alle sue idee, a chi vorrebbe mandare un messaggio, ma non trova le parole.
In realtà, i Simpson intendono tutt’altro e cioè il fatto che chiunque possa elaborare qualcosa che venda, anche se di dubbia qualità.

Che succede quindi quando un ghostwriter si trova ad affrontare una storia o un tema che non reputa di alta qualità, ma è vendibile? È lì, allora, che la scrittura diventa puro lavoro e, forse, l’idea di non vedere il proprio nome sulla copertina di un libro mediocre, non si rivela poi così male.
3. Scelte commerciali. L’editore sceglie di sostituire i protagonisti troll (secondo le statistiche, impopolari) con dei vampiri.

In questa visione, la scrittura non è un’arte, ma un lavoro, un’industria. Scrivere un libro non è un lavoro di fantasia, è come creare un poster pubblicitario: quali strategie di marketing decidiamo di adottare? Secondo le statistiche, quali sono i soggetti che attirano di più?
E badate bene che non stiamo parlando della fase editoriale, quando un editore deve scegliere quale romanzo pubblicare e dà precedenza a ciò che fa vendere di più. Parliamo della fase di ideazione, quella lieta e difficile fase in cui un autore decide di dare forma alle proprie idee e si siede al computer a scriverle.
Questa fase è sostituita da un gruppo di esperti di marketing che creano un piano ad hoc per poter vendere. Ancora una volta, ignorando la qualità del prodotto.
Adesso mi chiedo, è lecito per un aspirante scrittore sentirsi alquanto irritato da tutto ciò?
O forse dovrei cominciare a distaccarmi da quest’idea esclusiva di scrittura come arte, per accettare che essa sia anche lavoro?
Mi è capitato di leggere casualmente un’intervista a Andrew Crofts, un ghostwriter inglese fiero del suo lavoro, che non prova alcuna pena nel vedere il nome di qualcun’altro nelle sue opere. Fare il ghostwriter, per lui, significa “guardare il mondo con gli occhi di un altro”, vivere esperienze e situazioni al di fuori della sua singola vita, come immergersi totalmente nella vita di un altro e scrivere da quella prospettiva. A lui non interessa la notorietà, ma l’operazione dello scrivere in sé e, diciamocelo, forse anche un guadagno non indifferente.
Che ne è, però, di tutti quei piccoli scrittori sconosciuti con delle belle idee, che sognano di pubblicare la propria opera, ma vengono ignorati dalle case editrici? È l’industria, dicono. Il mondo funziona così.
La mia domanda allora è: aggrapparsi alla speranza di realizzare il proprio sogno da scrittrice è, ai giorni d’oggi, inutile?
Ma questo, forse, è un argomento che merita di essere approfondito. E lo faremo un’altra volta, in un altro articolo.
4. Scrittori nei caffè. Lisa prova a scrivere il suo romanzo seduta in un caffè letterario, consumando una bevanda.

Infine, questo punto è diverso dagli altri, ma è il mio preferito. Ho riso tanto quando ho visto per la prima volta (tramite un video condiviso sulla mia pagina facebook), la piccola Lisa alle prese con gli stereotipi dello scrittore. Stereotipi nei quali, ovviamente, mi ci ritrovo anche io, primo tra tutti proprio l’ispirazione dei caffè letterari.
Non amo gli stereotipi e soprattutto non ho mai amato l’idea di far qualcosa di banale e comune, ma questa dei caffè letterari è una cosa talmente autentica e realmente sentita, da non vergognarmi di affermare che, è vero, sedersi in un caffè ti fa provare l’ebbrezza di essere uno scrittore! Se così non fosse, non avrei potuto dare vita a questo blog.

A chi non l’avesse mai visto, consiglio vivamente di recuperare l’episodio: The Book Job (Il colpo del libro), stagione 23, episodio 6.
-Laura C.
