Cercando luoghi in cui scrivere in Italia

Appena rientrata in Italia dal mio meraviglioso anno londinese, con la voglia di non perdere le buone abitudini, sono subito andata alla ricerca dei migliori writing table italiani.

Qui, però, la ricerca non è facile come a Londra – dove ogni Starbucks, Costa o Caffè Nero, ad ogni angolo della strada, può diventare un perfetto luogo in cui scrivere – e si corre il rischio di subire delle occhiatacce se si sosta a lungo ad un tavolo di un bar, lavorando al proprio laptop.

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In Italia, la cultura del caffè è totalmente diversa. Lungi da me mettere a paragone la qualità del caffè che, siamo tutti d’accordo, in Italia è arte e non acqua, ciò che sfugge a chi si dichiara contro queste grandi catene internazionali, è che nessuno va da Starbucks per bere un buon caffè, ma per tutto ciò che il marchio rappresenta.

Ho già ampiamente spiegato il mio punto di vista da scrittrice nel mio primo articolo per SociArt Network, Gli italiani e l’amore per Starbucks, scritto nella mia prima seduta da Starbucks, e nel mio ultimo articolo della sezione blog Quando Starbucks era ancora un sogno non realizzato, scritto due anni dopo quella prima volta, quindi non mi soffermerò a lungo su questo.

Ciò che ci tengo a precisare, però, è che questo mio sconfinato amore per Starbucks non nasce da una moda hipster secondo cui sorseggiare il caffè nel bicchierone di carta, lavorando al laptop con occhiali alla moda e converse ai piedi è cool, ma è la semplice e genuina ricerca di un luogo tranquillo dove scrivere, leggere, lavorare, mettere per iscritto i propri pensieri e idee, fuori dalle pareti della propria casa. Il paradosso che accade in questi luoghi, secondo me, è proprio quello di riuscire a trovare e analizzare se stessi e la propria individualità, immersi nel pullulare della vita degli altri.

Girando diverse città d’Italia, ho potuto notare come non sia affatto facile trovare un luogo ideale per un’attività di questo tipo ed è forse per questo che ho dovuto aspettare Londra per poter realizzare questo mio desiderio. Partendo dalla Sicilia, dal paese in cui sono nata e cresciuta, è proprio difficile trovare questo genere di caffetteria, anche se, a differenza del nord, è maggiormente diffusa la cultura di sostare a lungo al bar, facendo quattro chiacchiere con gli amici. Io stessa, passavo interi pomeriggi con la mia migliore amica al bar sottocasa, cominciando con una granita per merenda e finendo con un arancino per cena. Cultura, questa, che qualcuno definisce del “nullafacente”, colui che passa molte ore al bar perché non ha nulla da fare. Definizione discutibile, soprattutto quando si tratta di ragazzi che, invece di incontrarsi in piazza o in casa, preferiscono la caffetteria.

Ma se si va al bar per lavorare o scrivere, il punto di vista cambia, perché per molti è considerato triste starsene in solitudine in un luogo pubblico – per non parlare del fatto che è sempre difficile trovare una presa elettrica (ed io, finché questo laptop sopravvivrà, non ne comprerò uno nuovo con una batteria che possa finalmente dare un senso all’invenzione del “portatile”).

Trasferendomi più su, a Roma, ho notato un cambiamento nella stessa conformazione dei bar e nelle abitudini del “prendere un caffè”: il ritmo è veloce, il caffè va preso al volo al banco, di tavolini – se ce ne sono – ce ne sono pochi, perché non bisogna certo passare la giornata lì seduti!

Di contro, però, essendo la grande Capitale, è possibile trovare alcuni locali (non così facilmente come Londra, ma già la loro esistenza apre delle grandi speranze per il futuro) che nascono come luoghi di aggregazione, per stimoli creativi, dove divanetti e wifi accolgono ben volentieri lavoratori e studenti alla ricerca del proprio spazio, o amici “nullafacenti” (come direbbe qualcuno). Spesso, però, sono dei locali molto piccoli, gestiti da ragazzi che hanno voluto dare vita al sogno di portare in Italia questa cultura estera e che, forse per gli alti prezzi della città, non si sono potuti permettere l’affitto/acquisto di ampi spazi. La conseguenza è, dunque, la confusione: tavoli pieni e l’imbarazzo morale dello scrittore che non se la sente di occupare un tavolo per un’intera giornata, mentre fuori c’è la fila!

Stessa situazione si può trovare a Milano, dove l’apertura a questa cultura è ancora più vasta ma dove, nell’attesa del più grande Starbucks d’Europa, i locali sono sempre troppo piccoli e pieni di studenti universitari.

I writing table migliori restano forse le biblioteche universitarie, ma sarebbe alquanto strano se cominciassero a popolarsi di scrittori trentenni che, come me, hanno già finito gli studi da anni!

In questo anno vissuto in Italia dopo Londra, però, non mi sono mai arresa ed ogni viaggio è diventato una ricerca: ho trovato realizzazione ed equilibrio in alcune originali caffetterie, continuando costantemente la mia ricerca in ogni nuova città che la vita mi sta portando ad esplorare.

Ho dato, dunque, il via alla sezione tutta italiana del mio blog, che riserverà tantissime e inaspettate sorprese!

-Laura C.

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