C’è solo l’imbarazzo della scelta, a Londra, se si decide di usare un parco come proprio scrittoio.
Purtroppo, quel giorno in cui portai il mio blocco per gli appunti ad Hyde Park, per dedicarmi alla mia scrittura, non avevo ancora in mente questo blog e non fotografai la mia consueta postazione. Quindi dovrete accontentarvi soltanto delle mie scarpe vista lago!

Scrivere al parco con il mio laptop era, per me, impossibile per colpa della batteria praticamente inesistente, ma era anche difficile per la luce che faceva riflesso sulla pagina bianca di word e non ti permetteva di vedere lo schermo. Così andai di carta e penna, come amavo ugualmente fare nelle giornate di scrittura non premeditate, e organizzai un po’ di idee sulla struttura del mio romanzo, rivolgendo ogni tanto lo sguardo al Serpentine che mi rispondeva con i suoi luccichii.
Ricordo bene quella giornata. Fu una delle giornate più belle che trascorsi con me stessa.
Era Bank Holiday, un lunedì, ed io avevo il mio giorno libero dalla famiglia presso cui facevo l’au pair. Per la prima volta, decisi di prendere l’unico autobus diretto che da Edgware mi portava al centro, più precisamente a Marble Arch, impiegando lo stesso tempo che avrei impiegato con la Northern Line e gli eventuali cambi, per raggiungere Hyde Park.
Comprai la colazione in una squisita panetteria ebraica, e sorseggiai il mio cappuccino dentro la tazza di carta, seduta al primo posto del secondo piano del tipico autobus rosso londinese, godendo della vista sul paesaggio.
Ricordo che realizzai, in quel momento, di essere felice. Ero sola, ma stavo bene, perché la mia anima era serena. Ero a Londra. Mi sentivo come in un racconto, come un personaggio immaginato nelle mie storie ambientate nella città dei miei sogni. Ero la scrittrice che avevo sempre desiderato essere, che girava per la sua città preferita con la tazza di carta in mano e il suo blocco di appunti. Ero un personaggio che stava vivendo le emozioni che io avevo sempre immaginato e molto, molto di più.
Una giornata al parco a Londra si svolge più o meno così.
Ti sistemi per terra con il tuo plaid e posi la giacca e la sciarpa lì accanto, perché tanto c’è il sole, così ti accomodi a svolgere i tuoi affari. Dopo un po’, però, metti la sciarpa, perché quel leggero venticello comincia a solleticarti il collo e dopo ancora senti il bisogno di indossare anche il giubotto, perché il tempo si sta leggermente annuvolando. Ma cinque minuti dopo, ecco rispuntare il sole ed illuminarsi il cielo, così devi assolutamente togliere il giubotto e, dopo un po’, anche la sciarpa.
Continui a scrivere i tuoi appunti sulla carta bianca che riflette la luce sui tuoi occhi riparati dagli occhiali da sole, e dopo un po’ togli anche il cardigan, restando in canottiera. Però la sciarpa la metti di nuovo, perché il vento continua a solleticarti la gola – e tu sei debole di gola.
Finisci di scrivere quell’idea che hai appena elaborato e poi metti di nuovo il cardigan, perché continua ad esserci freschetto. E questo freschetto ti spinge ad indossare nuovamente il giubotto. Poi lo togli di nuovo, togli la sciarpa e anche il cardigan. E via così per tutta la giornata.
Ma il racconto emozionale di quella giornata al parco di Londra, è tutta un’altra storia.
– Laura C.
