Non è mai troppo tardi per scoprire nuovi writing tables, ma la biblioteca di Edgware rimarrà sempre tra i miei rimpianti più grandi.
La scoprii, infatti, soltanto nell’ultimo mese del mio anno a Londra, perché ero talmente innamorata di Starbucks da non considerare altri luoghi possibili in cui andare a scrivere, nel mio quartiere.
Avevo sentito parlare della biblioteca, l’avevo intravista passandovi accanto con l’automobile, ma l’avevo immaginata totalmente diversa da com’era realmente. Nel mio – fallimentare – immaginario influenzato da tristi biblioteche visitate in Sicilia, la immaginavo come un luogo in cui poter andare soltanto per prendere in prestito dei libri, giustificando all’ingresso la mia presenza e senza la possibilità di trovare una presa dove collegare il mio pc.

Eppure la vita e le abitudini londinesi avrebbero dovuto svegliare la mia mente molto prima, spingerla a provare prima di rifiutare e, a pensarci ancora adesso, non riesco proprio a trovare una giustificazione plausibile al mio comportamento. Inutile cercarne, allora.
Non badai alla biblioteca finché non vi andai per la prima volta. E da quella volta guardai con pentimento a tutti quei giorni in cui non mi ero recata da Starbucks a scrivere per non spendere troppi soldi ed ero rimasta a casa, rinunciando all’ispirazione. Quante ore avrei potuto passare in quel luogo, che sarebbe diventato, probabilmente, il mio secondo writing table di riferimento.
La biblioteca era piccola, carina ed accogliente. Aveva la facciata di mattoni rossi, come piaceva a me, e delle grandi vetrate che rendevano la sala principale molto illuminata.
Essa era formata da scaffali non pienissimi di libri e l’intera biblioteca non conteneva, in generale, molti volumi. Ma era proporzionata al numero degli abitanti del quartiere.

Accanto agli scaffali c’erano poltrone, postazioni con dei computer ed una macchinetta del caffè. Ma ciò che faceva per me era la piccola mansarda ricavata in un piano soppalcato. Era una perfetta aula studio, con molte scrivanie dotate di prese per il laptop e lo spazio necessario per assicurare ad ognuno la propria privacy.
Anche essa era illuminata dalle grandi vetrate ed io amavo sedermi proprio accanto ad esse, con la vista sulla strada e sull’insegna verde “The Library”.
Avevo anche iniziato a prendere una certa abitudine. Considerando ormai le tazzone di caffelatte delle caffetterie inglesi parte integrante della mia ispirazione (considerando anche la sveglia mattutina delle 6:30 per aiutare le bambine a vestirsi per la scuola), ma essendomi ridotta ormai, a fine anno, con ben poco della mia paghetta, avevo comprato una bellissima tazza termica da Primark e, prima di recarmi in biblioteca, la riempivo con il caffelatte della macchinetta che la mia famiglia teneva in casa, sorseggiandolo durante il tragitto e durante la mia fase di scrittura.

Progettavo di portarla in Italia e continuare con questa abitudine per le biblioteche della mia prossima città di residenza, ma nel mio viaggio di ritorno verso casa, nella mia valigia piena di tutto ciò che di bello avevo comprato durante quell’indimenticabile anno, la mia carissima tazza azzurra con le faccine di volpe si spaccò inspiegabilmente, forse a voler simboleggiare che quella fase era ormai finita. Lo ammetto, piansi, ma non per l’oggetto in sé. Piansi perché fu difficile accettare di dover realmente dire addio a Londra e a quella bellissima esperienza che fu per me un vero e proprio sogno.
– Laura C.
