La prima volta che misi piede allo Starbucks di Edgware, non sapevo ancora quanto quel luogo sarebbe divenuto importante durante l’intero anno trascorso a Londra.
Scrivere in una caffetteria era sempre stato il mio sogno.
Avevo immaginato tantissime volte di attraversare le fredde strade londinesi, avvolta nella mia sciarpa color arancione, la borsa contentente il mio laptop in spalla, e di entrare dentro una caffetteria, dove avrei ordinato una cioccolata calda e avrei preso posto in uno dei tavoli accanto alla vetrata che dava sulla strada.
Vivere tutto questo fu incredibile.
Ricordo di essere entrata per la prima volta in uno Starbucks durante il mio primo viaggio a Londra con il mio ragazzo, Fabio, nell’estate del 2013. Era lo Starbucks di Baker Street. Ero ancora inesperta delle bevande servite dalla caffetteria, ma avevo sentito parlare molto bene del Frappuccino, così decisi di ordinarne uno di cui adesso non ricordo il nome, ma che era al sapore di cookie, caffè e cioccolato.
Al tavolo accanto alla finestra, seduto su un divanetto, c’era un ragazzo che lavorava al suo portatile e, osservandolo, ricordo di aver detto a Fabio “Un giorno lo farò anche io!”.
E così fu.
Nel Gennaio 2015 cominciai la mia esperienza di au pair a Londra, la città che da sempre avevo amato – probabilmente influenzata dall’amore per l’Inghilterra e la cultura inglese trasmessami dai miei genitori a suon di Beatles – e venni ospitata da una famiglia che abitava nel quartiere di Edgware, in zona 5.

Quando Carolyn mi portò a vedere la zona, il primo giorno, individuai subito un carinissimo Starbucks, che si estendeva su due pareti a vetrate su un angolo della strada, dove spiccava l’insegna verde con il logo simbolo di una sirena mitologica a due code. Dissi a Carolyn che il mio sogno era quello di scrivere in una caffetteria e lei mi sorrise, colpita da quel mio desiderio.
Tra impegni e tempistiche di assestamento, trascorse un mese prima di potermi recare a quello Starbucks, ordinare una cioccolata calda in un bicchiere di carta e aprire il mio portatile per iniziare a scrivere. Non mi dedicai, però, al mio romanzo. Ero da poco entrata a far parte della redazione di un giornale online, per la sezione Londra, e avevo deciso di scrivere il mio primo articolo proprio sul “Perché gli italiani amano Starbucks”, così, farlo seduta al tavolo di Starbucks, fu proprio l’apoteosi. Nell’articolo riportavo le mie riflessioni sul fatto che, nonostante il caffè americano sia considerato quasi un’offesa alla cultura del nostro caffè, questo genere di caffetteria rappresenti in realtà un vero e proprio luogo di culto e d’ispirazione per “scrittori, grafici o amanti del network “.

Da quel giorno Starbucks divenne il mio appuntamento fisso settimanale. Con i ritmi della famiglia, esclusi i weekend in cui ero libera, solo uno era il giorno in cui avevo diverse ore libere consecutive, che mi permettevano di potermi concentrare sulla stesura del romanzo e delle mie idee, ed era quello il giorno in cui mi recavo alla caffetteria.
Ben presto imparai il menu a memoria, individuando le mie bevande e i miei dolci preferiti – White Chocolate Mocha e Chocolate Shortbread o Almond Croissant – che perfino i camerieri ormai conoscevano. Mi fermavo spesso anche per il pranzo, per il quale preferivo quasi sempre il Mushroom and Cheese Croissant, una prelibata scoperta di Croissant salato.
Avevo anche la mia postazione preferita, anche se spesso mi ritrovavo costretta a cambiare posto se essa era già occupata, ed era il divanetto di un tavolo quadrato posto frontalmente al bancone – così ero libera di alzarmi per ordinare il cibo, senza lasciare il mio pc incustodito.

Durante quelle ore in Starbucks, scrissi tantissimo. In cantiere c’era – e c’è ancora – una trilogia molto ambiziosa, che prevedeva uno studio attento di diverse discipline, per le quali svolgevo ricerche in caffetteria, grazie all’uso gratuito della connessione wifi.
Apparendo agli occhi degli altri come una studentessa alle prese con gli esami universitari, solo in pochi erano a conoscenza del mio progetto, tra cui camerieri e clienti che frequentavano spesso il locale, con i quali avevo scambiato due chiacchiere.
Sarebbe impossibile raccontare in un solo articolo tutto ciò che è stato per me vivere il mio sogno di scrivere in una caffetteria londinese. Quel qualcosa che per tanto tempo avevo desiderato, era diventato la mia quotidianità, una quotidianità che non annoiava mai, però, che era piacevole e ispiratrice così come l’avevo immaginata e molto di più.
In quello che sapevo essere l’ultimo giorno di scrittura allo Starbucks di Edgware ero attraversata da sentimenti contrastanti che facevano nascere in me la voglia di andar via al più presto, per non restare a lungo in quello stato di agonia nell’attesa della fine, e la voglia di restare, per non dire addio a quella ormai piacevole abitudine.

Non dissi ai camerieri, che ormai conoscevano il mio nome, che quello sarebbe stato il mio ultimo giorno, ma lasciai loro un bigliettino, non sapendo mai se essi lo abbiano letto o se venne distrattamente buttato da chi occupò il mio tavolo appena me ne andai.
Sul fazzolettino firmato Starbucks c’era scritto:
“To the Starbucks Staff: Merry Christmas and Thank You for this year! Laura”.
– Laura C.
